Asia
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Comunicato stampa dell'azienda:
Union Investment
Nel mercato azionario asiatico i movimenti finanziari del secondo trimestre sono stati caratterizzati da un’ulteriore frenata dei corsi. Se si esamina l’andamento dell’indice MSCI Far East (ex Japan) rispetto al trimestre precedente si rileva una perdita superiore al 6 per cento. Allo stesso modo le principali Borse asiatiche si sono mosse in un primo momento dando l’impressione di tornare a crescere dopo i minimi raggiunti a marzo per poi però ricominciare nuovamente a calare verso la metà di maggio. Uno dei fattori che hanno pesato maggiormente è stato rappresentato ancora una
volta dal deciso aumento del costo del petrolio. L’Asia è una delle aree geografiche più soggette all’importazione dell’ „oro nero“. A questo si è aggiunto il problema dell’aumento dei costi delle materie alimentari che ha costretto alcune banche centrali (vedi l’India) a prendere in considerazione un aumento dei tassi d’interesse.
Quanto sia problematico l’argomento „prezzo del petrolio“ lo si nota anche dal fatto che Paesi come l’Indonesia, la Malesia e l’India hanno annunciato la cancellazione dei sussidi per il prezzo die prodotti petroliferi, finora in vigore. La Cina dal canto suo ha annunciato anch’essa una consistente diminuzione di tali aiuti. Con il risultato che in una sola giornata il prezzo del petrolio è diminuito di circa cinque dollari al barile per poi risalire però precipitosamente al livello record di 143 dollari al barile. Nel complesso i mercati azionari asiatici non solo hanno faticato a superare il secondo trimestre, ma hanno alla fine dovuto chiudere con un bilancio negativo l’intero primo semestre 2008. Tra chi ha risentito maggiormente di questa generalizzata situazione negativa vi è il Vietnam con perdite negative intorno al 60 per cento. A seguire le A stock cinesi con un deficit di circa il 50 per cento e l’India che ha registrato perdite del 45 per cento. Attualmente però in Asia il quadro macroeconomico resta immutato a fronte grazie ai consistenti dati di crescita futura, anche se non mancheranno certo ulteriori momenti di tensione. Sarà soprattutto l’elevato prezzo del petrolio, legato ai sempre più possibili rischi di un aumento della pressione inflazionistica e di una crescita dei tassi d’interesse a rappresentare il vero pericolo per le economie nazionali asiatiche. Negli ultimi cinque anni l’indice MSCI Far East (ex Japan) è cresciuto quasi del 300 per cento e quindi ora le cose si fanno ovviamente più difficili. Per di più, una maggior avversione al rischio da parte degli operatori finanziari potrebbe limitare la spinta a investire nei Paesi emergenti. Non bisogna però essere pessimisti. L’Asia rimane una regione in crescita che offre molteplici occasioni e opportunità d’investimenti a lungo termine.
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